Spazi vuoti e pecore erranti: la liminalità come fondamentale dimensione dialogica dell’architettura sacra

Alcuni anni fa, dopo aver fatto visita alla croce di Giotto restaurata di recente in Santa Maria Novella a Firenze, uscii dalla chiesa per recarmi al vicino convento domenicano. Mentre ancora avevo negli occhi la bellezza delle opere d’arte appena ammirate, mi imbattei in due gruppi di persone decisamente diverse, eppure palesemente altrettanto a loro agio nei pressi di quegli edifici esplicitamente cristiani: un gruppo di musulmani intenti a compiere le abluzioni di rito prima della preghiera della sera, e una combriccola di adolescenti che rideva di gran gusto per non so bene quale ragione.

L’impressione immediata, che mi ha sempre accompagnato in questi anni quasi come un’immagine simbolica, fu che era grazie allo spazio creato dai grandi architetti italiani del Rinascimento che un luogo di notevole passaggio come Piazza Santa Maria Novella era in grado di ospitare una pluralità di voci in una società in divenire, dando la sensazione che fosse cosa normale, quasi naturale in quel contesto. Il fatto stesso che la piazza e il convento siano collocati in prossimità della via che conduce dalla stazione del Michelucci al centro storico di Firenze, senza tuttavia rappresentare un percorso obbligato, la rendevano (e forse la rendono tuttora, malgrado i rimaneggiamenti a mio parere infelici) uno spazio liminale creativo e ospitale, utilizzabile tanto dai residenti quanto dai turisti.

Vorrei usare questa immagine per approfondire il tema proposto qualche giorno fa della collaborazione tra teologi e architetti sulle potenzialità dell’architettura religiosa, quale compresenza da un lato di un itinerario di senso strutturato dagli elementi più o meno tradizionali di una chiesa, e dall’altro di tutti gli elementi architettonici di connessione materiale e spirituale con il paesaggio circostante. Ed è su questi ultimi che intendo concentrarmi brevenente.

Victor Turner, grande antropologo scozzese, ha sostenuto che in presenza di crisi, in qualsiasi società, evoluzione e adattamento hanno luogo tramite processi rituali performativi in tre fasi: separazione, liminalità e aggregazione. La liminalità non è posta per caso al centro: è quella fase in cui individuo e collettività sono sospesi tra un passato che si sfalda e un avvenire in via di definizione.

Secondo studiosi come Henri Lefebvre e Alan Berger, nelle nostre odierne città occidentali sono gli spazi marginalizzati, tralasciati e abbandonati dallo sviluppo urbano a rappresentare i territori liminali in grado di risollevare le sorti delle città, di rigenerarle, di farle tornare a essere luoghi di incontro e di crescita. Forse è wishful thinking, come dicono gli inglesi, ma c’è senz’altro del vero nelle loro analisi.

Lo stesso però si può dire di ogni territorio ai margini che diventa foriero di senso: si pensi alla secolare esperienza, pur tra alti e bassi, dei luoghi monastici, che senza essere al centro di nulla creano quello che Lucian Blaga, parlando della sua Romania, ha chiamato uno spazio mioritico (da “miorița”, “pecorella”), una porzione di campagna (dunque liminale rispetto alla centralità dei centri urbani) in cui libertà e creatività possono trovare tempo e modo di realizzarsi. Uno spazio d’arte e di senso.

Che implicazioni possono avere questi abbozzi di pensiero decisamente approssimativi per l’architettura religiosa odierna? Vorrei molto semplicemente dire che, accanto alla progettazione del “di dentro”, delle strutture di senso portanti delle chiese cristiane, è vitale ripensare ai “vuoti”, agli spazi paralleli, ai legami tra interno ed esterno degli edifici di culto. Se non abbiamo risposte certe e apodittiche alla crisi della modernità (e forse è bene accettarlo una volta per sempre!), possiamo almeno creare quegli spazi liminali in cui il nostro mondo, cittadino e non, possa sperimentare polifonicamente le proprie ricerche di senso, accanto al cantus (più o meno) firmus rappresentato dall’esperienza religiosa cristiana.

Già nell’antica Grecia si era scoperto che era molto più opportuno lasciare che i pellegrini fiancheggiassero i santuari piuttosto che costringerli ad attraversare i luoghi cruciali in cui si celebravano i misteri. Ciò aiutava a mantenere unite ricerche di senso e itinerari fisici molteplici, restituendo altresì al tempio vero e proprio una sua dimensione più adeguata.

Da teologo cristiano (seppur sui generis) vorrei veramente assistere a progetti di spazi religiosi in cui il “tempio” non sia l’unica componente, ma in cui ciò che è “altro” possa sentirsi accolto e rispettato. Spazi polifonici di libertà e creatività. Spazi in cui ricerca individuale e ricerca/ricerche collettive possano trovare accoglienza e incontrarsi.

Ma anche spazi in cui non si tema il vuoto, ma anzi lo si crei laddove non esiste, perché non credo sia necessario ricostruire solo laddove il vuoto è creato dalle macerie e dagli scarti dell’urbanizzazione. Il vuoto, tuttavia, è vitale, come il prato per i pastori rumeni di Blaga.

Spazi infine che aiutino a rendere le nostre chiese un cuore pulsante di senso per organi su cui non esercitano il controllo, chiese al servizio di tutti con la loro capacità di testimoniare la “disciplina del mistero”, di essere comunità che hanno una direzione verso cui camminare, ma che lo fanno nella compagnia degli uomini e delle donne del loro tempo. Per non cadere nell’illusione di vivere nell’eternità solo perché non si è capaci di abitare il presente…

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