Il dovere di non tacere. Per ritrovare la via del Vangelo e del dialogo a Bose

La straordinaria vicenda della comunità di Bose, dalle sue fondamentali intuizioni di base alla lunga fedeltà al vangelo testimoniata per vari decenni, non può essere né negata né minimizzata – a prescindere dalle simpatie umane o dalle tendenze e gusti spirituali di ciascuno di noi – a motivo della vera e propria tragedia che i fratelli e le sorelle di Bose hanno vissuto in tempi più recenti, in particolare in misura crescente da circa quattro anni a questa parte (che spero possa comunque conoscere un esito finale veramente evangelico).

La sua incredibile parabola meriterebbe certamente uno scritto ben più lungo di questo, e forse un giorno, avendo (scusate l’immodestia) sia la competenza che l’esperienza per farlo, dedicherò a Bose un libro che garantisca una possibile memoria delle molte sfumature di questa avventura dello spirito, nata in silenzio sulle colline biellesi e capace di raggiungere uomini e donne in ogni angolo della terra. Ma ora è necessario scrivere in tempi ragionevoli qualcosa di ponderato, informato e che aiuti in molti a continuare a sperare, facendosi una ragione delle recenti vicende assur(d)te agli onori (o ai disonori) della cronaca.

Mai come ora mi sono trovato nella mia vita a scrivere una riflessione più impegnativa o rischiosa, e al tempo stesso assolutamente doverosa, di quella contenuta in queste pagine dedicate a Bose, al suo significato per le chiese e per il mondo, nonché alle possibili ragioni del suo possibile declino e della sua esplosione (o implosione), che si auspica temporanea, ormai sotto gli occhi di tutti, accompagnati da episodi di una violenza umana inaudita, di cui si sono resi responsabili in diversi.

E’ infatti difficile compaginare analisi sulla chiesa, la società, il mondo dello spirito, con vicende che sono state e resteranno sempre anche strettissimamente personali, trovando toni giusti, distinguo necessari, messe a fuoco e sfumature che servano al lettore e alla lettrice a riflettere, comprendere e, malgrado tutto, a continuare a sperare.

Tuttavia non rinuncerò, laddove può essere necessario per delucidare concetti e intuizioni molto specifici, ad aggiungere elementi autobiografici, che pur non avendo la pretesa di essere criteri o ragioni universali di analisi, contengono non di meno, ne sono certo, sensazioni, intuizioni e convinzioni condivise da moltissime persone che, nella loro vita, hanno avuto l’opportunità di fare un tratto di cammino assieme a queste donne e questi uomini fragili eppur meravigliosi che vivono o hanno vissuto sulla Serra di Ivrea e nei luoghi a questa collegati.

Bose è nata da un carisma, un dono, che si è posato su un uomo per certi versi “improbabile”: un giovane studente universitario nato durante la seconda guerra mondiale, formatosi in un contesto familiare difficile e segnato nella sua infanzia da una spiritualità decisamente cattolico-tridentina. Enzo Bianchi tuttavia è stato per davvero un uomo carismatico, nel senso più importante del termine, direi quasi “hegeliano”, ovverosia una persona capace di cogliere, di “sentire”, di intuire lo spirito del tempo e della storia, ciò di cui questa ha profondamente bisogno, e di cercare di incarnarlo con la creatività, la forza e il “demone” dell’artista.

Bianchi ha colto, a mio avviso, due elementi fondamentali di cui c’era e c’è bisogno come l’aria, nelle chiese ma non solo.

Il primo è la centralità del vangelo, rispetto a strutture sia ecclesiali che di vita religiosa e monastica. Dice la Regola di Bose: “Fratello, sorella, uno solo deve essere il fine per cui scegli di vivere in questa comunità: vivere radicalmente l’Evangelo. L’Evangelo sarà la regola, assoluta e suprema. Tu sei entrato in comunità per seguire Gesù. La tua vita dunque si ispirerà e si conformerà alla vita di Gesù descritta e predicata nell’Evangelo” (§ 3). Il vangelo è talmente importante che, sebbene si riconosca la necessità di strutture di autorità e di ordine umano in seno alla comunità, nel capitolo dedicato all’obbedienza si afferma in maniera fondamentale (e per me è stato un elemento decisivo nella mia decisione di diventare monaco a Bose): “L’Evangelo resta per te, per gli altri, per la comunità intera la sola legislazione ispiratrice di decisioni. Se tu puoi invocarlo contro una decisione della comunità, è tuo dovere assoluto farlo” (§ 27 – corsivo mio). Il vangelo, dunque, non cancella la libertà di nessuno, ma invita ciascuno a farlo proprio, personalmente, radicalmente, profondamente, quale unica via per rendere sacra la propria vita e desacralizzare per contro (senza negarne l’esistenza o la necessità) ogni altra cosa, comprese le strutture comunitarie ed ecclesiali.

Il secondo, in un certo senso collegato al primo e che ne esprime la portata, l’afflato universale, è la comprensione che il monachesimo in radice è laico, non legato a specifiche strutture ecclesiali o forme particolari di vita “religiosa”. Se infatti l’unica ragione incrollabile che sorregge la vocazione monastica è quella della radicalità evangelica, allora il monachesimo è aperto per sua natura a cristiani di ogni chiesa ed è un segno per la chiesa e le chiese tutte della forza riconciliatrice e unificante del vangelo. L’ecumenismo è la “seconda gamba” naturale del monachesimo così inteso.

Queste due intuizioni sono state approfondite a Bose, sulla scia di quanto indicato di fatto a tutte le chiese dal concilio Vaticano II, alla luce delle Scritture e della tradizione (e le tradizioni) di ogni comunità cristiana che ha preceduto la stessa Bose, realtà studiate tutte con rigore, passione e creatività dai fratelli e dalle sorelle unitisi a Enzo Bianchi, sia da quelli dalla professione più “intellettuale”, sia da chi lavorava manualmente. E attraverso Scritture e tradizione(i), lungi dal cadere in una pura “teologia dialettica” di contrapposizione con il mondo, Bose ha scavato nell’umano, fino a diventare luogo di accoglienza universale, in cui tutti si sentivano profondamente a casa, come in pochi altri luoghi (in Italia mi viene in mente Camaldoli, in tal senso).

Quando entrai a Bose, quasi trent’anni fa, fui il 47° membro a unirsi alla comunità. Quello che mi colpì e mi aiutò a decidere a fermarmi, e a fermarmi piuttosto a lungo (sono stato monaco per 11 anni), fu la collezione di personalità e retroterra decisamente diversi dei membri della comunità. C’era chi veniva da un cattolicesimo molto tradizionale, chi veniva dal mondo post-sessantottino, c’erano nobili e muratori, giovani intellettuali e macellai, contadini e artisti, femministe e donne dal retroterra più tradizionalista. Ma il linguaggio unificante del vangelo compiva il miracolo visibile, affascinante, di un’umanità riconciliata.

Senza entrare nei dettagli della mia vocazione (non sono incline alla pornografia o all’esibizionismo spirituali), mi limito a citare questi elementi, assieme al dato che per me fu essenziale: il poter vivere congiuntamente radicalismo evangelico e libertà personale e umana. Io ero stato educato in una famiglia libera e laica, ma in un paese e un contesto cattolici. Fin da ragazzo ero stato affascinato dalla figura e dal messaggio di Gesù di Nazareth, ma la mia passione per la conoscenza e soprattutto per il pensiero mi avevano sempre lasciato perplesso di fronte alla dottrina e alle strutture del cattolicesimo. Il Vaticano I, per me, aveva segnato un ostacolo che mai, in vita mia, sono riuscito a superare, e che ora ho intellettualmente e pienamente rigettato (come ho spiegato altrove, in una sorta di itinerario alla Newman all’incontrario). Ma a Bose si poteva vivere una vita pienamente cristiana anche senza dogmatismi (non senza teologia o profondità!), alla costante ricerca del vangelo, e questa, per me, era aria pura.

Come si può desumere, io a Bose devo tantissimo, e ancor di più devo a Enzo Bianchi.

È lui ad avermi avviato alla professione di traduttore, a cui manco avevo pensato prima che lui me lo chiedesse, e che poi mi ha dato spesso non solo da vivere, ma anche la libertà di dire no a proposte di lavoro inadeguate, o di lasciare professioni non più compatibili con il mio spirito. Come me sono in tantissimi ad aver scoperto i propri doni, i propri talenti, sotto la sua guida sapiente e sempre volta a far crescere il prossimo.

Alla comunità e all’atmosfera che vi regnava devo l’aver imparato in profondità a studiare per saziare la mia sete di conoscenza, e a fermarmi a pensare per mettere in discussione qualsiasi cosa e riprenderla sotto angolature differenti. A Bose ho acquisito metodo e strumenti che mi hanno reso quello che sono, e non potrò mai dimenticarlo.

Perché ho lasciato Bose, mi direte? In passato ne ho parlato con pochissimi, ritenendola una cosa intima. Col tempo – e alla luce delle vicende attuali – mi sono convinto di poter aiutare a capire varie cose parlandone. Ho lasciato la comunità, fondamentalmente, per una questione personale: perché sentivo di non poter più accettare l’obbedienza monastica senza finire per spegnermi. Perché malgrado la centralità del vangelo anche per quanto riguarda l’obbedienza, in una comunità monastica di tipo cenobitico bisogna limitare la propria libertà o utilizzarla soprattutto per assecondare e sviluppare un progetto comunitario. Non è una questione di violenza psicologica, ma molto semplicemente della concezione che sta alla base del cenobitismo.

Inutile negare che, in parte, non vi fu solo questo”problema mio” (peraltro decisivo), ma anche alcune direzioni dell’evoluzione comunitaria.

Volente o nolente, infatti, Bose già a cavallo dell’anno 2000 stava diventando maggiormente “monastero” e maggiormente “cattolica”. Quando ero entrato si diceva a ospiti e visitatori che Bose era una comunità ecumenica, non appartenente di per sé ad alcuna confessione cristiana, e i cui membri continuavano ad appartenere alle rispettive chiese che li avevano generati a Cristo mediante il battesimo. Quando la lasciai già si usava maggiormente il termine monastero, la narrazione sul continuare ad essere membri della chiesa di origine veniva spesso sorvolata, e si incominciava a discutere un inquadramento canonico, che in seguito diventerà palesemente cattolico.

Su questo vorrei essere molto chiaro: nel 2005, quando me ne sono andato, Bose veniva da 40 anni vissuti in maniera estremamente feconda con il solo ausilio formale della sua Regola (una collezione tematica di citazioni evangeliche), senza alcun profilo canonistico e solamente con una minima strutturazione civilistica per gestire le proprietà comuni. Dire che per vivere il vangelo (o anche il monachesimo) è necessario di più è in realtà falso, anche in un contesto cenobitico, e forse si tratta di un elemento che dovrebbe portarci a ripensare profondamente qualsiasi idea di “vita religiosa”.

A me fu chiesto di stendere una prima bozza di statuto, che pur essendo pensato nel senso di un’associazione di fedeli riservata ai soli membri cattolici (fatto già un po’ ambiguo o rischioso), segnava a mio avviso una transizione e un mutamento decisivi. Con molta pace, e senza polemica alcuna, devo dire che ritengo siano lì siano le radici del passaggio dal definirsi “comunità ecumenica di Bose” a “monastero di Bose”, del parlare sempre più di monaci e di monache invece che di fratelli e di sorelle, dell’enfatizzare la forma di vita monastica piuttosto che il radicalismo evangelico, dapprima da parte di alcuni in comunità, e poi della maggioranza.

Anche la tipologia degli ospiti e delle persone legate alla comunità è mutata secondo linee analoghe. In tal senso vorrei riprendere la definizione resa celebre da Massimo Faggioli della “generazione Bose”, per dire che in realtà ci sono state fino ad oggi almeno due “generazioni Bose”, la prima caratterizzata dal tipo di persone che erano legate alla comunità fino a fine anni Novanta, e la seconda dovuta all’enorme crescita di popolarità di Enzo Bianchi e della comunità tutta dagli inizi del nuovo millennio. Io appartengo alla prima, in cui nessuno si sarebbe mai sognato di definirsi cattolico prima che cristiano, in cui il vangelo era sicuramente al di sopra di ogni possibile dottrina, in cui l’ecumenismo significava una conversione radicale, e anche strutturale, di tutte le chiese, e in cui nessuno avrebbe speso molte energie a difendere aspetti oscuri o problematici della propria “chiesa” o “confessione cristiana”.

La comunità, a inizio anni 2000, aveva già iniziato a cambiare, a compiere scelte che, per me, risultavano sempre più estranianti. Di conseguenza, sebbene Enzo Bianchi credesse molto nel mio possibile e positivo contributo a una transizione efficace dalla comunità del fondatore a una realtà più indipendente e sinodale (per questo mi aveva chiesto di aiutare la comunità a definire, nel capitolo del 2002, possibili cammini di crescita nella sinodalità), avvertii che da persona al cuore della comunità (ero appena diventato segretario del capitolo) col tempo avrei finito per essere un intralcio.

Non mi sento in colpa per non avere continuato a contribuire direttamente alla vita comunitaria dopo il 2005 (pur essendo tornato a più riprese a insegnare ecumenismo ai novizi). Come dissi al priore, comunicandogli che avrei lasciato: “Se uno sente di spegnersi in una struttura, finirà per trasformarsi da risorsa (come sono stato fino ad oggi) a problema”. Non chiesi una soluzione “economica”, di eccezione personale (che pure, ne sono certo, Bianchi mi avrebbe concesso). Anzi, sono abbastanza fiero della mia scelta, che non fu di rottura ma di mantenimento della comunione in altre forme, rispettose di parziali divergenze di cammini.

E a questo punto vorrei parlare del fondatore di Bose, un personaggio, come direbbero gli inglesi, bigger than life, “più grande della vita”, ossia impossibile da racchiudere in categorie o clichés, una miscela di amore derbordante e di inarrestabile determinazione, non privo di difetti e tuttavia ancor più carico di pregi. Enzo Bianchi ha compiuto abusi psicologici? Siccome il nucleo di coloro che, nei corridoi e tramite veline alla stampa (e mai pubblicamente!), lo accusano di una simile “abitudine”, ha fatto passare la narrazione che essa sarebbe perdurata fin dagli inizi della storia bosina, mi sento di essere autorizzato a offrire alcuni importanti chiarimenti e smentite.

Negli anni che sono stato a Bose, e immagino anche dopo, il priore aveva l’ultima parola su tutto. Bisogna intendersi, però: è un uomo che, oltre ad avere dei “fedelissimi”, degli amici in senso più stretto tra i suoi confratelli, amava circondarsi di personalità forti e anche dalle idee diverse dalle sue, come gran parte di coloro che si erano uniti al cammino comunitario dagli inizi fino agli anni Novanta, a cui non negava spazio e che raramente si sentivano dire dei no. Certo, vivendo con un uomo capace di pensare e agire a velocità superiori a quelle della combinazione di diverse persone ordinarie messe insieme, era normale che le sue idee, la sua spinta creativa, fossero sufficienti ad assorbire e impiegare gran parte delle energie comunitarie, lasciando uno spazio relativo alle iniziative dei singoli.

Però questo è sempre stato chiaro, senza ipocrisie, e chi entrava a Bose lo sapeva dal primo giorno. Per contro, tutti e ciascuno potevano vivere la gratificazione enorme di sentirsi parte di qualcosa di grande, di collettivo, in cui il duro lavoro comunitario e personale cooperava a un bene immenso. Non ricordo di aver mai vissuto un senso di appagamento più grande nella mia vita: pur lavorando una decina di ore al giorno (spesso anche durante il fine settimana), trascorrendone un paio negli uffici di preghiera e un altro paio ad accogliere e ascoltare ospiti (e il tempo rimanente da sveglio a studiare), ero felice perché colmo di senso e di fraternità.

Enzo indirizzava tutti a un lavoro, perché era convinto della fondamentale dignità del lavoro umano, del suo renderci fedeli alla terra e solidali col mondo. E faceva fiorire le persone. Tanto che, fino al 2004, il tasso di abbandoni era bassissimo, e il fiorire di fraternità molto belle (finché lui ha presieduto la comunità) è stato un segno della positività di fondo dell’impresa bosina.

Il celibato,  realmente possibile in senso “positivo” solo laddove il vuoto viene colmato di un senso diverso, più profondo, funzionava: nei miei undici anni, a parte un fratello e una sorella andati via e poi sposatisi (cosa che non comporta in me alcuno scandalo!), percepivo molto equilibrio e nessuna frustrazione nel vivere questa dimensione.

Tutto roseo? Il punto non è questo, ovviamente, e difetti in comunità ce n’erano. Le donne, in un certo senso, hanno sempre avuto un ruolo subalterno, come del resto in tutta la chiesa cattolica e anche nel dopo-Bianchi a Bose (anche se almeno a Bose alle donne è sempre stato dato il ministero della predicazione, segno profetico non da poco). Il peso del lavoro, col crescere delle attività, era diventato notevole, e forse si sarebbe dovuto vigilare maggiormente sul delicato equilibrio tra surplus di senso e di gratificazione da un lato, e il rischio di burnout di diversi fratelli e sorelle dall’altro. Lo sviluppo di un autentico cammino sinodale ha sempre stentato (e stenta tuttora, in forme diverse e forse ancor più preoccupanti), la comunicazione sana e umana probabilmente era ed è insufficiente, dato che forse in troppi si sentivano e si sentono tenuti dal silenzio monastico a non comunicare difficoltà e problemi. 

A questo si aggiunge che, probabilmente, il fondatore di Bose, negli ultimi anni del suo priorato, non è più riuscito a trasmettere, soprattutto alle giovani generazioni, l’entusiasmo di un tempo, forse perché il suo ministero si era allargato (legittimamente) oltre Bose, senza che si individuassero forme veramente adeguate di transizione dell’autorità e del carisma bosino.

Va detto inoltre, a quanto ho capito già quando ero ancora a Bose, che soprattutto negli ultimi quindici anni, col mutare del profilo dei visitatori della comunità cui ho fatto cenno, è cambiato anche il profilo di coloro che bussavano alla porta del monastero chiedendo di iniziare un cammino monastico. Prima l’attuale priore, Luciano Manicardi, e poi un fratello in seguito andatosene dalla comunità, avevano assunto l’incarico di maestro dei novizi, e il “reclutamento” e la formazione non erano più riusciti a compaginare le mutate sensibilità delle nuove generazioni con gli stili comunicativi e di vita vigenti a Bose (che indubbiamente avrebbero dovuto essere cambiati). Nelle mie visite a Bose la sentivo ormai avviata a diventare un normale monastero cattolico, e non più uno spazio profetico in cui laici cristiani di ogni confessione potevano vivere insieme sotto la guida dell’ “evangelo e nient’altro”. Si parlava un po’ troppo di “vita monastica”, e meno di “vita cristiana”.

Lo stesso attuale priore Manicardi non aveva mai mostrato, in molti anni, alcun interesse o comprensione particolari per l’ecumenismo, ma la cosa, di per sé, non mi turbava particolarmente: pensavo fosse comunque un uomo attento ad ascoltare fratelli e sorelle, e del resto la comunità non era più “mia”, e dovevo accettare di vederla cambiare a prescindere dai miei gusti, purché il vangelo fosse ancora al centro di ogni discorso e soprattutto della vita.

Nel gennaio del 2017, Luciano Manicardi è stato eletto, col pieno sostegno di Bianchi e della comunità, priore di Bose. Del resto, era stato uno dei due-tre fratelli più vicini a lui per oltre trent’anni, e tutti pensavano (io compreso) che la sua capacità di ascoltare i singoli avrebbe giovato anche alla funzione di presidenza dell’insieme.

Da quel momento ha avuto invece inizio una difficilissima transizione, che è stata imputata interamente nei testi ufficiali della “comunità” a Enzo Bianchi, e che invece ha molti responsabili, in primis lo stesso Manicardi. Questi, dopo avere chiesto a Goffredo Boselli (sì, proprio lui, che viene accusato da alcuni di essere un “manovratore” di Enzo Bianchi e la mente di ogni possibile complotto…) di fargli da vice-priore, incassato il rifiuto di quest’ultimo che non si riteneva idoneo al ruolo (preferiva il proprio lavoro di studioso), ha presto incominciato un valzer di sostituzioni nei ruoli chiave.

La cosa, in parte, sarebbe anche stata naturale, eccezion fatta per un dettaglio non da poco: la graduale ossessione di Manicardi verso presunti abusi, sia psicologici che sessuali, di cui ha iniziato ad accusare più di una persona che rivestiva posti-chiave in comunità. Conoscendo io a fondo alcune delle persone “accusate” (anche anonimamente da qualcuno, con denunce in Vaticano), sono rimasto e rimango tuttora completamente esterrefatto. E’ importante sapere che si tratta di una delle ragioni che hanno creato una spaventosa ostilità da parte di alcuni membri della comunità nei confronti della sorella allontanata in seguito tramite decreto singolare nel 2020, sulla quale sono state condotte non una, ma due spiacevolissime indagini dalla Santa Sede, che hanno concluso la completa infondatezza di qualsiasi accusa in tale direzione. Perché? Molto semplicemente perché si trattava di accuse incredibilmente false, che hanno soltanto ferito in maniera enorme una persona innocente. Di tali accuse non vi è alcuna traccia né nei documenti ufficiali delle visite compiute a Bose nel 2014 e nel 2020, né nei decreti personali riguardanti i quattro allontanati. Parlare perciò di abusi a tal riguardo è una falsificazione gravissima e colpevole da parte di chiunque la compia o la lasci circolare. I provvedimenti dell’anno scorso riguardano totalmente la successione alla guida della comunità e gli ostacoli posti a tale successione dagli allontanati, né più, né meno.

Il comportamento di Manicardi, che nel contempo ha iniziato a chiudere totalmente le porte del dialogo con chiunque non condividesse il suo agire (io gli ho scritto quattro volte da maggio a oggi, senza mai ottenere neppure una riga di risposta), ha fatto sì che a un anno dalla sua elezione, come previsto dallo Statuto, nel voto di conferma della sua elezione ben 18 fratelli e sorelle (un terzo dei professi all’incirca,  numero enorme a così breve distanza dall’elezione!) votassero no. A quel punto è iniziata una divisione crescente nella comunità, con gesti e toni impensabili in passato, che ha portato a gonfiare a dismisura ogni cosa.

Il fondatore ha reagito. Premesso che ritengo sarebbe stato opportuno che egli lasciasse la comunità al momento della successione (quando tra l’altro gli sarebbe stato possibile negoziare qualsiasi condizione avesse voluto per se stesso), è stato normale che a lui si rivolgessero quanti avvertivano un allontanamento da alcune intuizioni fondamentali delle origini nella linea intrapresa da Manicardi.

Un dialogo, da allora, non si è più intessuto, e le cose sono degenerate, fino a raggiungere i “sacri palazzi” del Vaticano, che hanno convocato il nuovo priore di Bose, il quale ha ammesso pubblicamente (anche se solo successivamente e tardivamente) in capitolo di avere chiesto lui l’intervento della Santa Sede in forma di visita, non ritenendosi in grado di gestire la situazione, malgrado il suo ruolo glielo imponesse.

La nomina di una delegazione capeggiata da Amedeo Cencini, per chiunque conosca il mondo della vita religiosa italiana, non poteva che essere l’inizio di un disastro, viste le note e rigidissime teorie di tale “esperto” riguardo alla vita religiosa, ottimamente spiegate sia da Alberto Melloni che da Massimo Recalcati. Cencini, infatti, non ritiene possa esistere alcuna forma di vita religiosa che sia carismatica e non strettamente istituzionale, e ha, come in altri ambiti della psicoterapia (di cui è ritenuto dagli esperti laici un notevole dilettante) teorie molto fantasiose che applica senza eccezione alcuna, tese a “sanare” (vocabolario già di per sé sinistro) le situazioni in maniera radicale.

Invece di avviare un pur difficile dialogo, il religioso canossiano ha, al termine dei suoi primi, pochissimi giorni reali di permanenza a Bose, emesso il suo scontatissimo verdetto: epurare la comunità (espellendo fondatore e persone a lui più vicine), favorire con l’intransigenza l’abbandono di chi si trova a disagio con le sue soluzioni (ritenendo gli abbandoni una necessità, e non un disastro umano per chi li vive, e favorendo l’etichettatura di chi lascia dopo decenni di vita religiosa come un “falso monaco/falsa monaca”) e “curare” chi non intendeva lasciare ma non era d’accordo (tramite psicoterapeuti compiacenti, invitati a incontrare i singoli membri della comunità per “aiutarli a uscire dalla loro confusione”). A chiunque si offrisse di mediare, compreso il sottoscritto, lo stesso Cencini ha risposto ostentando tutto il suo autoritarismo, ribadendo di essere il plenipotenziario del papa e di non avere bisogno di ascoltare nessun consiglio, per una sorta di carisma divino conferitogli.

Se non un immediato dialogo, ci si sarebbe aspettati, da esseri umani e persone civili, almeno un “processo” con tutte le tutele necessarie per gli accusati, che invece si sono visti sbattere in faccia, da un giorno all’altro, dei provvedimenti inappellabili e immediatamente esecutivi, che normalmente, come ho sottolineato altrove, esistono solo in paesi come la Corea del Nord. E questo è un problema gigantesco con cui la chiesa cattolica deve e dovrà fare i conti, perché è il diritto a tutelare sia le vittime sia chi è imputato di qualunque colpa, specie se grave o infamante.

A quanti dicono: “Ma il diritto canonico è così”, faccio osservare che proprio qui sta uno dei problemi più seri (e comunque anche il diritto canonico può essere applicato con umanità ed evangelicità!): vero è che Bose è diventata sempre più una comunità cattolica e sempre meno una comunità ecumenica (tant’è che da lungo tempo nessun non cattolico si sogna neppure lontanamente di chiedere di entrarvi, e che illustri non cattolici l’hanno lasciata di recente dopo molti anni), ma l’utilizzo dello strumento della giurisdizione diretta e immediata del papa su ogni fedele rappresenta quanto di più antiecumenico possa darsi, visto che è un punto su cui nessuna chiesa all’infuori di quella cattolica è o potrà mai essere d’accordo con Roma.

Rimando per contro quanti invocano una abusatissima “mistica dell’obbedienza” per dire che Bianchi e gli altri tre avrebbero dovuto obbedire a testa bassa, o obbedire e basta, al mio articolo sulla desacralizzazione dell’autorità religiosa.

Tutto questo è avvenuto non solo con il silenzio assordante del mondo cattolico italiano e internazionale (e anzi con la palese complicità di alcuni rotocalchi cattolici, che quasi sembravano non attendere altro che di potersi vendicare della franchezza a volte eccessiva con cui Enzo Bianchi esprime giudizi privati su molte situazioni), ma lasciando (volutamente?) che si diffondessero versioni enormemente lesive della reputazione e della dignità delle persone additate come “colpevoli”. L’unica eccezione, che un giorno verrà alla luce giustamente, è rappresentata da un paio di cardinali e vescovi che si sono battuti nei sacri palazzi per una revisione degli assurdi meccanismi messi in moto.

La responsabilità maggiore, inutile negarlo, è imputabile all’attuale priore di Bose, il quale, palesemente incapace di adempiere le proprie funzioni di servo della comunione, ha dapprima invocato l’intervento della Santa Sede, per poi avallare totalmente le tesi e le strategie di don Cencini. Manicardi, che pur essendo un uomo in apparenza molto intelligente quando si tratta di teorizzare, pratica in realtà con molta disinvoltura e dilettantismo l’applicazione delle teorie psicologiche e psicoanalitiche all’accompagnamento spirituale, in questo senso è andato a nozze con il religioso canossiano.

A questo vanno aggiune alcune importanti aggravanti, come l’avere sottratto a un vero dialogo intracomunitario l’individuazione di possibili cammini di riconciliazione, e ancor peggio l’aver dato vita a strumenti molto più simili a quelli di un regime totalitario e repressivo che non a quelli di una comunione di uomini e di donne legati dal vangelo. Progressivamente, infatti, chiunque si trovasse in difficoltà è stato costretto a esprimersi non di fronte al capitolo della comunità o, nel caso di questioni più delicate, al priore, bensì al “discretorio”, un gruppo ristretto di consiglieri fedelissimi del priore, totalmente schierati per una delle parti in conflitto. Chiunque abbia un minimo di esperienza di vita comunitaria, di qualsiasi genere, sa infatti quanto sia orribile doversi pronunciare su questioni intime davanti a diverse persone, soprattutto se ostili, e quanto sia deleterio non poter discutere per contro con l’intero corpo comunitario le questioni che riguardano tutti.

Il risultato è stato che dall’elezione di Manicardi a priore ad oggi, dunque in quattro anni appena, la realtà parla impietosamente di 11 fratelli e sorelle che avevano emesso i voti che hanno lasciato, a cui vanno aggiunti i 4 membri professi allontanati per decreto e altri 4 membri che hanno già chiesto o stanno per chiedere un tempo extra domum, possibile preludio all’abbandono; di tutti costoro, nessuno ha lasciato a causa di Enzo Bianchi, e in diversi hanno imputato al nuovo priore o alle disposizioni del Vaticano le ragioni della loro dipartita. A questi vanno aggiunti un’ulteriore decina di fratelli e sorelle che, pur restando in monastero, hanno manifestato il proprio dissenso con i provvedimenti presi contro i loro confratelli e la loro consorella, e si sono dichiarati disponibili a trasferirsi in una fraternità assieme a Enzo Bianchi. Infine, per completare il tracollo, va segnalato che all’elezione di Manicardi nel gennaio 2017 il noviziato era composto da 15 membri tra fratelli e sorelle, mentre ora il noviziato maschile è vuoto e quello femminile si compone di due sole unità.

A questo punto, non si possono che auspicare le immediate dimissioni dai loro relativi incarichi di Amedeo Cencini e Luciano Manicardi.

Il primo, è bene dirlo con forza, renderebbe un enorme servizio al vangelo e alla chiesa (e a molti “piccoli” innocenti) se si ritirasse definitivamente a vita privata, dopo aver compiuto una serie di disastri di cui quest’ultimo è la triste ciliegina sulla torta, rassegnando le dimissioni anche da qualunque incarico che attualmente detiene in dicasteri vaticani e nella propria congregazione.

Alle dimissioni del secondo (e di tutti i suoi più stretti collaboratori) dovrebbe accompagnarsi una nuova visita canonica che stabilisca le condizioni reali di un dialogo, sotto la possibile guida di un monaco o una monaca esterni (chiamatelo pure, se volete, in termini laici, un “commissariamento” temporaneo di Bose), realmente aperti a qualsiasi soluzione all’insegna della comunione e del vangelo, che non vogliano escludere nessuno ma aiutino tutti a ritrovare il primato del vangelo e della comunione, e che aiutino a individuare anche per il fondatore una soluzione rispettosa, sia per lui che per il corpo comunitario.

A questo mi sento assolutamente in dovere di aggiungere che si è parlato troppo del solo Enzo Bianchi, dimenticando gli altri tre allontanati (con la disumana e “mortale” aggiunta di un divieto rivolto loro di intrattenere qualsiasi contatto con altri membri della comunità per almeno cinque anni, senza che neppure il priore faccia sentire loro la vicinanza del corpo a cui continuano ad appartenere!) nonché i molti “caduti” in quella che sembra più una guerra tra maschi alfa che non una lacerazione pur profonda in un contesto evangelico. È assolutamente vitale che Goffredo Boselli, Lino Breda e Antonella Casiraghi vengano pienamente coinvolti nel necessario processo di riconciliazione, da subito.

Quanto al rinnovamento globale della comunità, sono sicuro che, se si torneranno a porre al centro le due intuizioni fondamentali delle origini, gli uomini e le donne che ho amato e che tuttora amo e che costituiscono quella straordinaria esperienza che  è Bose, disporranno sia dell’intelligenza che dei carismi necessari per trovare soluzioni all’altezza della loro meravigliosa tradizione. La radicalità evangelica può essere infatti sempre ritrovata, e non viene smentita dalle cadute, ma soltanto dall’eventuale indisponibilità a rialzarsi.

La dimensione laico-ecumenica temo sia stata ormai fortemente compromessa. L’utilizzo della giurisdizione diretta del papa per risolvere le questioni comunitarie ne è una sorta di pietra tombale, che difficilmente sarà dimenticata dalle altre chiese. Certo, in realtà l’ecumenismo istituzionale è morto e sepolto in quasi tutte le chiese, a  partire da quella cattolica. Nulla impedisce, però, che si ritorni a essere segno tramite la riscoperta di quella semplice laicità e radicalità evangeliche, più forti di ogni discorso sulle “forme di vita”, sulle “strutture” e sulle “dottrine” di singole confessioni.

Affidando a Dio ogni singola persona coinvolta in questa vicenda, mi assumo ogni responsabilità di quanto ho scritto, totalmente di mia iniziativa, sapendo di averlo fatto soltanto per servire la verità nella carità. La verità che è la carità.

Riccardo Larini

Tallinn, 13 febbraio 2021

51 pensieri riguardo “Il dovere di non tacere. Per ritrovare la via del Vangelo e del dialogo a Bose

  1. Caro Riccardo, ti ringrazio di questo lungo racconto biografico che si conclude con una cronaca dei fatti di Bose che, sarà pure parziale, forse, ma ha il merito di parlare fuori dai denti e di dire, quindi, la verità La situazione mi sembra ormai irreversibile, e il male che è stato fatto non può più essere curato. Bisogna solo accettarlo, come si fa con un tumore, sperando che almeno le recidive vengano risparmiate a tutti loro, ma anche a tutti quelli che in Bose hanno creduto. Con amicizia Marinella

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  2. Ottime considerazioni e percorso di una realtà unica nata da Enzo partendo da nulla perché ha creduto e vedeva lontano dopo che il Vaticano II e il Vangelo sine glossa lo ha masticato più volte sentendosi chiamato a fondare una fraternita ecumenica…tanto ci sarebbe da raccontare in marito alla crescita numerica alle strutture e casa di accoglienza per gruppi ritiri.convegni ecumenici liturgico ecumenico e culturali . Un comunita di fratelli e sorelle sempre più numerosa..impressionante gli eventi con alti livelli competenza e professionalità. Quanta acqua è passata e quante persone si sono dissestate…troppe parole e ricmdonanze plateali con decreti e imposizioni che nulla hanno a che fare con il Vangelo e con la fragilità di un vecchio che ha dato tutto di sé per un progetto sogno che è diventata grande realtà e ricca unica esperienza. Troppi anche prelati scelgono il silenzio ma non è il modo di fare Chiesa e di vivere il vangelo sine glossa.
    Grazie per le chiarificazioni e descrizioni di fatto che sononeloquenti…speriamo che fratelli Enzio non moll la presa e che trovi il.modo per far emergere menzogne cattiverie gelo e si tenti di fa emergere la verità perché solo la verità ci fa liberi un abbraccio a te e a tutti coloro che con Bose hanno trovato serenità curiosità per proseguire la ricerca e il cammino di fede libera e operosa. ..checnon molli il caro Enzo…resisti….donmario

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  3. Caro Riccardo, non ci conosciamo. Sono un laico che ha seguito marginalmente le vicende di Bose mentre ogni mattina prego grazie al lezionario. Ora capisco il motivo per cui i commenti al Vangelo di Manicardi mi annoiano mortalmente mentre tutti gli altri li leggo con passione e cura. Avrei tanto voluto conoscere la comunità dei primi tempi e in cuor mio mi ripromettevo negli ultimi anni di farlo. Peccato, ora sento che non è più per me. Grazie, che Dio aiuti gli esclusi.

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  4. Ho letto con molta attenzione tutto quanto. Sono grato per questa cronistoria che mi ha permesso di capire un po’ meglio tutto quanto.
    Io faccio parte della generazione degli anni ‘90.La comunità che ho visitato un paio di volte mi fu presentata dall’amico e direttore spirituale Don Cristiano (Centro Universitario di Padova). Egli mi disse a suo tempo che ne aveva viste molte di realtà post ecumeniche, ma poche erano riuscite a mantenere intatto il loro spirito e a operare le fisiologiche transizioni a nuovi direzioni specie se nella comunità iniziava a girare il denaro. Infatti riteneva che per dirigere e consigliare gli altri sia necessaria anche una capacità di vero ascolto che rende attenti alla voce dello Spirito e alle esigenze del cuore degli altri, ma la tentazione del potere e del denaro tendono a chiudere il cuore.
    Ho avuto la possibilità di parlare con alcuni monaci ortodossi e ho capito che se la iniziale Idea ecumenica iniziale della comunità di Bose era stata accolta con un certo interesse, ora questo è molto scemato essendosi orientata solo verso la “cattolicità” Cristiana se non verso realtà invise all’ortodossia.
    Possa la luce dello Spirito illuminare menti e cuori affinché cada ogni barriera

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  5. Grazie per questa lettera appassionata e chiarificatrice.Un weekend ho passato a Bose prima degli eventi narrati.Foloroso , pur da estranea, leggere negli anni gli articoli disprezzati.Ora ho le idee più chiare e anch’io pregherò per una rinascita dei valori fondanti e un allontanamento delle imposizioni gerarchiche del Vaticano.Confidando in Papa Francesco.

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  6. Grazie, finalmente in questa dolorosissima vicenda ho sentito delle parole chiare e comprensibili. Mi sono stupita di tanti silenzi e non riuscivo a capire. Non sapevo neanche che esistesse un certo Riccardo Larini ma una persona che non conosco leggendo un mio commento su Facebook mi ha consigliato di leggere questo articolo. Sono solo una persona in cammino che sulla sua strada ha incontrato Enzo Bianchi,ne è rimasta affascinata, lo ha seguito in qualche conferenza, ha letto qualche suo libro,tutto qui, molto semplice, molto banale, molto scontato,poco aulico e molto lontano da grandi contesti teologici. Eppure quell’uomo sanguigno che mi parlava sempre di umanizzazione mi è rimasto impresso. Mi spiace per la sua vicenda umana e mi spiace per la comunità di Bose.

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  7. Grazie per queste parole, forti e chiare, che portano un pò di luce su Bose. Sono molto dispiaciuta dei fatti accaduti. A Bose ci sono stata molte volte e mi ha sempre affascinato. Ho fatto un corso biblico con Manicardi, ma quando l’hanno eletto priore ho pensato subito che non fosse adatto. Sono una suora con 50 anni di vita comunitaria sulle spalle…qualcosa intuisco.

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    1. Dopo 50 anni di vita religiosa in tre parole distrugge una persona! Ammazza!! Non ho parole….per averlo visto ad un corso biblico, avrà il dono del discernimento immediato.

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  8. Ho idee profondamente diversi da quelle di Enzo Bianchi, eppure mi sono abbeverato più volte alle sorgenti d’acqua di Bose, ai suoi libri, alla sua spiritualità, conservo ancora con affetto uno dei miei primi libri di preghiera delle ore proprio della comunità di Bose e di tutto questo sono grato e vedere quello che sta succedendo mi dispiace perché al di là di tutto l’esperienza di Bose iniziata da Enzo Bianchi è stata una esperienza feconda che ha portato molte persone a Cristo e al Vangelo. Penso che si sarebbe potuto e dovuto agire diversamente, evangelicamente, e non in un modo così mondano e carnale che non ha niente a che vedere con il Vangelo e lo Spirito Santo. Purtroppo mi rendo conto che una volta varcate determinate soglie non si può più tornare indietro ma spero che fratello Enzo possa portare nel cuore la consolazione dello Spirito Santo per molte persone che hanno goduto della grazia che è passata attraverso di lui e spero che in qualche modo la comunità possa riedificarsi su quelle basi che lo Spirito Santo ha suscitato.

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    1. Non ci sono soglie da cui non si può tornare indietro, se lo richiede il discernimento e l’amore della verità. Si deve avere il coraggio del ripensamento e dell’amore, altro che consolazione dello Spirito Santo…..

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  9. Conosco Bose e Enzo da 50 anni. Sono stato agi inizi e poi lo ho sempre seguito, anche se a intervalli, lui e le comunità fratelle. Mi dispiace quello che è successo, ma temo che questo articolo sia veritiero e, in questo caso, la Chiesa si è prestata all’uso di metodi indegni. Si adoperano accuse infondate, non provate e non chiaramente espresse, per distruggere una fonte di speranza che ci ha sempre accompagnato. Non spegnere il lucignolo fumigante…..dice il profeta. Dire che la Chiesa ha seguito metodi poco evangelici è poco. Non di deve distruggere così una comunità di fede. E’ una colpa grande. Non c’è il rispetto per la vita adamica che Bose ha rappresentato per quasi mezzo secolo, altro che rispetto per la vita….

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  10. Sono una semplice cristiana. Sono stata moltissime volte a Bose perché mi aiutava a vivere in questo deserto che sono diventate le nostre parrocchie. Ringrazio molto Riccardo Larini perché mi aiuta ad intuire cosa sta succedendo. Ho bisogno di capire per poter andare avanti, per non rischiare di aver voglia di buttare via tutto. Qualunque cosa sia successa nella comunità, qualunque sia stata la frattura, mi chiedo se la misericordia ed il perdono reciproco non avrebbero potuto o dovuto prevalere, almeno al suo interno. Se non lì, allora dove?

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  11. Grazie Riccardo per aver avuto il coraggio e tentato in modo pacato, ma convinto , di portare un po’ di chiarezza in questa triste vicenda. Grazie ai miei cari genitori, all’età di circa sette anni, conobbi Enzo Bianchi negli anni ’70. Erano in cinque se non ricordo male, in quel luogo ricco di spiritualità ed accoglienza. Mi aveva colpito positivamente l’accoglienza nella semplicità e concretezza. Ho avuto la fortuna (sono stato scout per tanti anni) di partecipare per anni a quelli che io chiamavo “campi bibbia per bambini”, momenti di grande ricchezza spirituale in condivisione con altri giovani.Ho anche avuto la fortuna di fare la comunione a Bose, esperienza bellissima che mi porterò per sempre nel cuore. Riconosco ad Enzo le sue intuizioni evangeliche, ringraziandolo per aver tracciato in me un solco indelebile nella mia vita di credente. Seppur con le mie mille difficoltà, a Bose ho vissuto il senso dell’accoglienza e dello spirito evangelico, Non a caso, anche da capo scout, sono andato più volte con i miei ragazzi a vivere piccoli, ma intensi momenti di preghiera e condivisione. Sono ritornato a Bose fino ai primi anni 2000 (ho portato mia moglie, i miei figli ed amici), ma confesso che ultimamente non avvertivo più quel senso comunità ecumenica, composta da fratelli e sorelle, bensì di monastero un po’ istituzionalizzato. Qualcosa che mi ha gradualmente allontanato nel tempo, insomma mi sembrava tutto un po’ diverso da come l’avevo conosciuto. Ti voglio bene Enzo, rimarrai sempre nel mio cuore insieme a Maria, Daniel, Lino e Domenico.

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  12. Ho letto l’intero articolo, molto lungo e che richiederebbe un’ulteriore lettura. Ma al di là di approfondimenti limitati che potrebbe fare uno come me che si sente vicino a BOSE per il suo messaggio ecumenico e vicino al fondatore per aver letto molti studi scritti – non a caso il primo si chiamava Il radicalismo cristiano – quello che evidenzia l’autore è una sorta di processo inquisitorio che lascia poco spazio al dialogo. Inoltre, l’allontanamento di Enzo Bianchi ribadito con forza e che ha il 16 prossimo come termine ultimo, sembra sia l’epilogo di un processo di disgregazione della comunità inziato da alcuni anni. Quello che rattrista è verificare come molte realtà ecclesiali e, alcune, profetiche stiano rientrando nell’alveo dell’istituzione al di là delle scelte e delle parole innovative ed evangeliche di papa Francesco. Nel mio piccolo ho vissuto una situazione simile dove, in nome di un’obbedienza evangelica, ho dovuto abbandonare una realtà ecclesiale di servizio alla quale tenevo molto e di cui porto ancora le cicatrici a distanza di oltre 10 anni. Quindi posso capire, se pure in misura microscopica, la sofferenza che sta vivendo Enzo Bianchi. Ciò non vuol dire che sono tutto dalla sua parte e condanno l’operato del nuovo priore. Per principio dico sempre che bisogna ascoltare entrambe le campane. Ma per quel poco che conosco fratel Enzo e per l’aiuto che i suoi scritti mi hanno dato da molti anni nel mio cammino di conversione, non posso che sentirmi solidale con lui.

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  13. Buona sera. Ho letto con attenzione il suo corposo e complesso contributo sulla dolorosa vicenda della comunità di Bose, a cui anche io sono legato da vincoli di affetto, stima e soprattutto riconoscenza per quanto ricevuto in tutti questi anni. Mi riferisco alla Fraternità che è a Ostuni, frequentata da me e dalla mia famiglia dove sono stato sempre accolto in momenti belli e meno belli della nostra vita, in modo mirabile.

    Per cui ho e abbiamo sofferto e pregato per le vicende che sono emerse e che non diminuiscono per nulla quanto sovraffermato in termini di stima, affetto, riconoscenza per quanto ricevuto

    Preferisco non entrare in questa sede in vicende che non conosco, anche perché la mia conoscenza della realtà di Bose, si limita alla fraternità di Ostuni ( BR) e agli scritti di Enzo Bianchi e degli altri monaci.

    Da credente credo che lei tocchi, nel suo contributo, una serie di “nodi strutturali, di questioni in sospeso” della Chiesa Cattolica attuale, che si riverberano in tante situazioni e non solo nella vicenda tristissima di Bose e che necessitano di cambiamenti strutturali, culturali, teologici, pastorali profondi e radicali. Spero che con autorevolezza qualcuno intervenga e si ponga il problema di un radicale rinnovamento evangelico di strutture, prassi, metodologie.

    Se non ricordo male un grande pastore, un fine intellettuale, stimato anche in ambiti non ecclesiali, un grande biblista come il Card. Carlo Maria Martini diceva che la chiesa è indietro di ben due secoli ( mi scuso se la citazione non è precisa e puntuale), e dietro una affermazione come questa c’è tutto!.

    Senza tradire il segreto professionale, o la riservatezza a cui come psicologo, e docente universitario di discipline psicologiche sono tenuto ed a cui credo profondamente, posso solo dire che sono a conoscenza di situazioni, tante, troppe, drammatiche, in cui costrutti, metodi, prassi, chiavi di lettura ed interpretative mutuate dalla psicologia sono ” direttamente” applicate a questioni ecclesiali e spirituali, con molta disinvoltura e poca prudenza ( è stato uno dei passaggi che più mi ha colpito della sua lunga e pregevole riflessione), e con risultati non certo brillanti e che hanno non di rado creato altre sofferenze. Si tratta di riflettere bene e lungo sul tema psicologia-psicanalisi e religione e spiritualità, in una cornice più ampia del rapporto complesso e fecondo tra fede e scienza.

    Ho apprezzato, senza entrare nel merito assolutamente, di questioni che non conosco, la chiarezza con cui ha scritto, e la ringrazio per questo, con la speranza che tornino serenità, pace ed equilibrio nelle fraternità monastiche di Bose, che tanto bene hanno fatto e fanno alla chiesa, e a tutti noi.

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  14. Grazie per aver condiviso questa riflessione. Ho trascorso a Bose un passaggio della mia vita, e nelle tue parole risuona una parte della mia esperienza. Un saluto,

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  15. Buongiorno, grazie per questa dettagliata spiegazione, forse la prima finalmente, di ciò che sta avvenendo c/o la comunità di Bose.

    Appartengo a quella che è stata chiamata ‘generazione Bose’, la seconda: ho conosciuto la comunità a capodanno 2000, maturanda con tanta voglia di capire, conoscere e imparare. Ero in cerca di senso, compimento e pace. Bose mi ha dato questo per anni, le collatio di Enzo coi giovani erano stimolo di riflessione, spunto di cambiamento, apertura di nuovi cammini. Le lunghe chiacchierate con Ilaria strumento di introspezione.
    Sempre presente alle settimane estive per giovani e agli incontri durante l’anno, ma anche in giornate invernali, silenziose e con pochi ospiti, ho scoperto una spiritualità nuova, ho conosciuto persone illuminate, ma soprattutto vivevo la pace.

    Per me Bose era un’oasi di pace.

    In una quotidianità appesantita da gravi problematiche di salute nella mia famiglia d’origine, la ‘tappa a Bose’ era la possibilità di ritemprarmi, ritrovare la pace e ripartire. Sempre, ogni singola volta.
    Mi piaceva rileggere la lettera di benvenuto presente in tutte le camere, il senso di accoglienza che trapelava. Mi piaceva molto, i primi anni, dormire nelle camere all’interno della comunità, poter accedere alla cappella più antica.

    Dal 2016 la prima gravidanza e poi la seconda mi hanno tenuto lontana da quel luogo. Da tempo dicevo a mio marito che dovevo andare, anche solo per un giorno. Quando stavamo per riuscirci ecco il lockdown e i primi articoli sull’allontanamento di Enzo Bianchi.

    Come sarà possibile tornare ora? Rinascerà Bose riscoprendo le sue origini? Magari in un’altra sede, grazie a chi si è allontanato? Fosse possibile auguro ad Enzo di poter vivere abbastanza per vederne il compimento.

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  16. La ringrazio per questo racconto di cui avevamo tanto bisogno. Sono uno dei tanti che conoscono Enzo Bianchi quasi esclusivamente per la sua attività di scrittore e giornalista, che mi ha offerto punti di vista sempre profondi e molto umani. Non riuscivo a capire bene il perché di un epilogo così triste dell’esperienza di Bose. Finalmente parole sincere, anche se difficili. Grazie Francesco

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  17. Grazie, grazie per questo commento finora unico su questa tristissima vicenda.Ho conosciuto Bose dall’ormai lontana Pasqua 1973 (non arrivava ancora l’elettricità l’illuminazione nelle camere con letti a castello era a gas) e negli anni successivi ho continuato a seguire questa comunità che mi ha dato tanto soprattutto dal punto di vista ecumenico. Può darsi che Enzo Bianchi abbia voluto “ controllare” consigliando la sua comunità anche dopo la cessione del priorato a Manicardi come farebbe un anziano padre di famiglia. Ma anche se così fosse mi sembra una cosa risolvibile internamente. E prima di trattarlo in questa maniera , in un modo per niente evangelico, oserei quasi dire senza pietà, c’è ne corre……!!!
    Non posso fare a meno di farmi ritornare alla mente don Lorenzo Milani quando fu relegato a Barbiana…..
    Grazie ancora per l’articolo.

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  18. La triste vicenda di Bose mi lascia senza fiato … Questo “tsunami ecclesiastico” rischia di chiudere una delle esperienze più significative nate nel clima del post Concilio Vaticano II. Enzo Bianchi è uno dei pochi rappresentanti della chiesa che sia riuscito ad intercettare in modo credibile e dall’interno di una esperienza comunitaria di fede la cosiddetta comunità civile… Rimango fortemente perplesso dell’uso che si fa in ambito ecclesiale della psicologia …. usata in modo poco scientifico e con un approccio non sistematico: viene somministrata spesso in modo strumentale e un tanto al chilo…!

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  19. Ho letto il Suo pezzo con non poco fastidio: troppo di parte….Scaricare tutta la responsabilità su Manicardi(peraltro persona intelligente, colta e preparata) è come minimo ingeneroso. I vecchi dicevano che per fare un fiume ci vogliono due rive, le responabilità semmai sono di tutti e due(per non parlare della comunità).
    Non credo sia utile scaricare la colpa sull’uno o sull’altro ma ,semmai, riflettere sul perchè di queste debacle di alcune comunità spirituali(non solo cattoliche o cristiane, basti pensare allo Zen center di San Francisco o ai centri Rigpa in Europa, in ambito Buddhista).
    Che le nevrosi e gli irrisolti personali non vengano magicamente risolti dalla preghiera e dalla meditazione è ormai ben risaputo e che questi possano inficiare le relazioni umane pure.
    Credo che ci sia da rivedere completamente l’approccio alla vita comunitaria e , forse, un lavoro psicoterapeutico potrebbe giovare , sta di fatto che anche grandi carismi e visioni mistiche devono poi trovare un rapporto col la prosaica realtà del quotidiano e umano(vedi il bel saggio After the ecstasy the laundry di Jack Kornfield) e incarnarsi o rischiano di divenire fonte di nevrosi spirituale e/o di abusi.
    La vicenda di Bose è paradigmatica ma non è la prima e non sarà l’ultima quindi, invece di cercare colpevoli, meglio pensare a come evitare disastri in futuro.

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    1. Caro Valli, da un lato rispetto sempre le opinioni diverse dalla mia, ma dall’altro esigo non si distorca quanto ho scritto, credo, molto chiaramente. Mi sembra abbastanza palese che ho accennato con chiarezza ai problemi presenti in comunità prima del 2017, attribuendone la responsabilità, senza nessuna ambiguità, anche e soprattutto al fondatore di Bose (comunicazione interna, mancato sviluppo della sinodalità, subordinazione delle donne agli uomini, trasferimento insufficiente alle nuove generazioni dei fondamenti della comunità, ecc.). Problemi su cui la comunità avrebbe dovuto e deve tuttora riflettere, per correggerli e rendere la propria qualità di vita migliore. Il dato di fatto è che, con l’elezione di Manicardi nel 2017, la comunità è esplosa, proprio perché invece di affrontare seriamente tutti questi problemi, è iniziata una piccola caccia alle streghe, di cui ho prove molto serie, operata anche tramite l’uso improprio della psicoterapia. Le persone “colpite” da questa caccia sono state semplicemente “stralciate” dalla comunità, e additate con processi sommari come causa del male. La psicoterapia, in mano a professionisti (non a Manicardi e Cencini), può certamente lenire molte sofferenze di singoli, ma quando viene applicata al governo delle comunità genera, secondo il mio parere e la mia esperienza piuttosto profonda e lunga, grandi disastri umani, in mondi dalle sembianze orwelliane. Certo, ho anche tenuto a tratteggiare la figura di Bianchi in modo più complesso, perché nell’ansia di demolire non si dimentichino le migliaia e migliaia di persone che hanno trovato grazie a lui una fede libera e forte, nonché un conforto umano che le ha rese in grado di vivere proprio “la prosaica realtà del quotidiano”. Infine, sicuramente oggi la vita comunitaria va rivista in profondità, soprattutto nelle chiese. Ma fare di un’erba un fascio (fondatore di nuova comunità = carismatico = abusatore) è un errore sia superficiale che mortale, che non giova allo scopo e crea solo tante vittime innocenti. Forse lei ha provato fastidio perché si aspettava fin dall’inizio qualcosa di diverso, che ha condizionato anche la sua lettura del mio pezzo. Concludo solo che ho richiesto e richiedo con forza la rimozione di Cencini e Manicardi, perché è in atto una terribile repressione delle coscienze a Bose tesa a negare i conflitti invece che a risolverli, e che sta schiacciando persone che amo, né più né meno. Non sto “cercando un colpevole” (questo mi pare lo abbia già fatto Cencini, lui si tragicamente di parte), ma vorrei che alla guida delle cose fosse posto chi veramente ha a cuore tutti, nessuno escluso.

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  20. Grazie a Riccardo Larini della sua leale e coraggiosa testimonianza.
    Ma chi pagherà per il male commesso nei confronti dei fratelli Enzo, Goffredo, Lino e sorella Antonella? Di dolore, si può anche morire…
    Ma chi pagherà per il male commesso nei confronti di una comunità intera (Bose) devastata e messa a ferro e fuoco? Ma chi pagherà per il male commesso nei confronti di persone comuni come me, ma in ricerca continua, che hanno imparato o ripreso a leggere il vangelo nella luce di Bose?
    Dov’è e cos’è il vangelo per Manicardi e Cencini? Probabilmente, si sono abituati a leggere un bigino…

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  21. Puntualizzo: non ho nulla contro Enzo Bianchi che ho conosciuto e apprezzato(nonostante il suo ego ipertrofico) e so bene quanto ha fatto per tanti, altrettanto apprezzo Manicardi e ,francamente, non mi interessa molto sapere di chi è la colpa primigenia ecc.
    Ovviamente è un errore pensare al fondatore carismatico come ad un abusatore(anche se spesso è successo) , ciò detto temo che Bose, così come in tante altre comunità, si siano create circoli viziosi( e circoli virtuosi che spesso sono pure peggio) un cui tutti sono caduti.
    Cencini e il Vaticano non hanno certo brillato in umanità e acutezza nel cercare di risolvere il problema, detto questo adesso la comunità dovrà farsi un serio esame di coscienza.
    Manicardi deve dimettersi pure lui? Non lo so, forse sarebbe saggio, in modo da provare a ricominciare da capo senza portarsi dietro le ombre di questo conflitto, ma la saggezza e il buon senso latitano, pure nei monasteri.
    Non volevo affenderla dicendo che il pezzo era di parte, semplicemente mi pareva ci fosse una maggiore propensione verso Bianchi che verso Manicardi(peraltro ho letto un articolo che cita il suo post proprio per avvalorare l’dea che Bianchi sia il giusto crocifisso dai traditori….o quasi), mentre , a mio avviso, sono le facce della medesima medaglia,e il problema è la gestione delle comunità, non i casi singoli.
    Cencini ha risolto(ammesso che ci sia riuscito) nel peggior modo possibile, addossando tutte le colpe ad uno…..errore che, credo ,si pagherà caro.
    Chiedo venia per il mio intervento, ma sono un pò stanco di chi spara su Bianchi come su Manicardi , che avranno le loro colpe, ma che, a loro volta, sono il prodotto di un certo atteggiamento tipico dei religiosi cattolici, in cui la trasparenza non è esattamente contemplata.
    Pe i tantissimi amici ed estimatori di Bose sarebbe stato meglio che sia Enzo che la Coomunità parlassero chiaro dicendo pubblicamente le loro posizioni , accuse e difese invece di trincerarsi dietro a twit anodini o melensi o a comunicati che dicono poco o niente, così ne escono male tutti.

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    1. Non mi ha offeso, e spero a mia volta di non essere stato io a offenderla. In questa sua puntualizzazione dice molte cose su cui si può ragionare e anche concordare. In realtà, le faccio notare che le reazioni di persone come me, Recalcati, Ferrero o altri, sono seguite sempre puntualmente a una serie di comunicati di Cencini (e della “comunità”, parola usata in maniera pericolosa quando una quindicina almeno dei suoi membri non erano d’accordo) e di articoli di attacco verso una sola parte (Enzo Bianchi) palesemente guidati dallo stesso Cencini, che ruotavano sistematicamente attorno al tema della più o meno presunta disobbedienza di Bianchi al decreto personale che lo ha raggiunto, e che continuavano ad alludere ad abusi di cui, o si espongono dati e fatti (non ne ho letto neppure uno), o si fa una denuncia alla magistratura, oppure è meglio tacere. Non voglio accollarmi meriti eccessivi, ma io credo almeno di avere offerto (e forse sono l’unico…) un’analisi di ampio respiro, proponendo fin dal giugno scorso la via del dialogo a tutti indiscriminatamente. I problemi interni della comunità, che sono palesi, non verranno certamente risolti da dibattiti in rete, ma concordo con lei che il silenzio o la comunicazione inadeguata di TUTTI i protagonisti della vicenda (chi più, chi meno) non aiutano certamente, visto che Bose ha sicuramente una dimensione pubblica di rilievo. Sulle dimissioni di Manicardi, resto fermo: quando si arriva a vietare ai professi “per decreto scritto” di esprimere il proprio dissenso addirittura in capitolo (ne ho le prove documentali), pena l’esclusione dal capitolo stesso e dai pasti comunitari (ed eventualmente l’espulsione), è giunta l’ora di cambiare guida e metodi, perché da Pacomio e Basilio siamo passati a Orwell… Enzo Bianchi, con tutti i suoi possibili e innegabili difetti, non si era mai neppure avvicinato a pratiche di tal genere… La ringrazio vivamente per il suo intervento, e speriamo davvero che si salvi tutto il salvabile. Soprattutto i più piccoli e deboli, da entrambe le parti del conflitto.

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  22. Veramente grazie a Larini per il suo resoconto e per il suo impegno verso Bose oggi. Bose , quella ecumenica e comunitaria, è troppo cara ed importante per migliaia di cristiani in Italia e nel mondo: di questo il Papa dovrebbe tenere conto ed intervenire personalmente, meglio e diversamente da quanto abbia fatto Cencini. Si può pensare ad un appello pubblico redatto da lei e da importanti personalità e poi sottoscrivibile ? Grazie dell’attenzione.

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  23. Quando due anni fa feci visita a Bose, non avrei mai pensato che sarebbe stata l’ultima volta. Si è spento in me il desiderio di ritornare, perché vivo una delusione grandissima. Ringrazio per l’articolo scritto, che ricalca appieno il mio pensiero e il mio sentire, avendo avuto occasione di ascoltare sia Bianchi che Manicardi e il mio libero pensiero ne ha colto le differenze!
    Mi sento vicina a fratel Enzo, che leggo e stimo. Il Signore lo accompagni nella sua vita futura, lo sostenga nelle sue decisioni. Lo abbraccio con grande calore!

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  24. Anche io penso che sarebbe utile e necessario un appello pubblico a papa Francesco. Con il mio piccolo gruppo famiglie avevamo pensato di scrivere. Ma l’unione di tutti è decisamente preferibile.

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  25. Grazie mille, anzi più di mille … a Riccardo per questa ricostruzione. Ero già con Enzo quando abitava a Torino in via Piave 8 al primo piano; lì ho frequentato Enzo negli anni ’60 ( giorno e notte direi, visto che lì ho dormito non poche volte) e poi ho continuato a Bose, subito all’inizio. Ho conosciuto anche i primi ospiti come Daniel Attinger, Maritè ed altri ( il selciato della prima cappellina, entrando nel cortile a destra, è opera delle mie martellate, pietra su pietra; che freddo quella volta! ). Quanto avrei da dire a commento del bellissimo articolo ma anche di commenti vari.
    Vorrei velocemente, per ora, ricordare due cose.
    La prima: non so se avete già sentito la concione di don ( non mi ricordo il nome, se volete lo cerco ) che sull’onda dei provvedimenti Cencianani, “dimostra” con molta enfasi e altisonanza, che Enzo è un eretico.
    La seconda è personale. Anch’io ho provato, proprio in quegli anni, la mannaia dell’autorità ecclesiatica: motivazioni? nonostante le domande e controdomande mie, di mio fratelo e altri, dobbiamo ancora saperle adesso ( qualche farfugliamento, sino al Cardinaale, c’è stato, ma non certamente per dare motivazioni alle decisioni prese drasticamente contro di me). Scusate gli accenni autobiografici. Comunque, ancora grazia a te Riccardo.

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  26. Grazie di questo testo molto significativo e chiaro sulla situazione creatasi a Bose. Il signore illumini i responsabili. Non ci resta che chiedere il dono dello Spirito.

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  27. Quello che fatico a capire è questo: perché non si lascia perdere la seconda fase di Bose (quella monastero/cattolica) citata da Riccardo compresi i monaci che la vogliono proseguire e invece chi vuol rimanere in linea con le origini non riparte per conto proprio? Si, una divisione e una ripartenza! Non sarebbe una ricchezza per tutti e per la Chiesa? Più esperienze=maggiore ricchezza e fermento!
    E che ognuno possa esprimere quel che sente e desidera!!!!
    Certo, occorre dividere i beni della comunità (nessuno parla di questo aspetto pur essendo “i beni” alla base di tanti disastri) : ma questo secondo me farebbe mettere i piedi per terra a tanti! Tra l’altro dovrebbe essere fatto anche ora nell’imporre a fr. Enzo di andarsene. Non si scaglia via una persona e ancora meno un fondatore senza dare lui la parte che gli spetta e che va valutata per quello che ha fatto e dato e costruito!!!
    Non capisco questa “costrizione” generale e funerea a volere stare “uniti”, come se l’espressione profonda di sé non possa essere liberata al servizio di tutte le persone, dentro e fuori la comunità!
    Ripeto, ho paura che l’aspetto economico abbia il suo peso anche come ricatto per chi, volendo andarsene, non sia appoggiato anche in questo senso e lo senta come un ricatto e lo stesso per chi viene “mandato via” (senza diritto alcuno? ).
    Lo stesso fr. Enzo mi pare che abbia questa preoccupazione (vedi data di scadenza del comodato d’uso a Cellole non chiarita e fonte di insicurezza materiale).
    Infine : comodato d’uso gratuito e non di proprietà per un fondatore che ha dato la vita per crescere una “famiglia”?!
    È poi esiliato dalla sua “famiglia”? Sono cose abominevoli!
    Cambiamo terminologia.
    Non usiamo più i riferimenti a termini familiari quando parliamo di vita religiosa (il padre, i figli, la fraternità…) quando poi rispetto al diritto di famiglia laico pare di essere all’età della pietra dove vale la legge del più forte!
    Scusate, ho scritto di getto e sicuramente male. Spero solo si sia compreso il particolare aspetto che volevo evidenziare e su cui, da ignorante, chiedo un parere e chiarimento.
    Grazie!
    Umberto Scattolin

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    1. Caro Umberto, so che è un cliché, ma “queste cose succedono solo in Italia”. In tutti gli altri paesi dove sono vissuto, si sarebbe andati per tribunali civili. E tutto sarebbe filato più liscio (triste a dirsi, ma vero)… Ho dato una risposta sufficiente?

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  28. Ringrazio per l’articolo. Non ho mai visitato Bose, né conosciuto membri della Comunità per cui ho avuto però un sentito interesse nel corso degli ultimi anni. Ho letto i libri di Enzo Bianchi e ogni giorno ricevo via mail la preghiera e il Vangelo di Bose. Ho provato un enorme dispiacere nel leggere sulla stampa dell’ ingiunzione di abbandonare Bose mossa a Enzo Bianchi. Avevo cercato di trovare notizia di cosa stesse succedendo. Oggi leggendo quest’articolo per la prima volta ho trovato un’opinione che perlomeno permette di orientarsi. Sarebbe bene anche altri scrivessero con la stessa limpidezza le loro opinioni. Tutto questo addolora. Ho creduto fermamente alla verità della proposta ecumenica.

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  29. “Ed era ben giusto che, per rendere perfetto il suo Figlio, lo provasse con la sofferenza.” In tutto Enzo ha seguito le orme di Cristo, anche nell’incontro con gli odierni scribi e farisei. Grazie fratel Enzo per tutto quello che ci hai dato e continuerai a darci. Fra tre giorni c’è la Resurrezione.

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  30. Come molti, vivo con apprensione e partecipazione emotiva la lacerazione che si è prodotta, non da oggi, nella Comunità di Bose.
    Come molti, cerco informazioni e testimonianze che fatico a trovare; ne resto stupito, perché credo che le vicende umane, e in quanto tali intrise di significati spirituali, che si stanno consumando intorno a quella esperienza meriterebbero davvero di essere assunte come un’occasione preziosa per riflettere sulle pecche della natura umana.
    Fino ad oggi mi sono imbattuto in comunicati a dir poco reticenti, imbarazzati e vagamente allusivi.
    Ho apprezzato l’intervento di Riccardo Larini, che ha deciso di condividere con franchezza le opinioni maturate anche nel corso della sua lunga frequentazione della Comunità; ma ho trovato illuminanti anche gli interventi che si sono succeduti ed il dibattito che ne è scaturito.
    Ringrazio tutti per le parole chiare e compassionevoli.

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  31. Grazie Riccardo : conciso e chiaro! Grazie anche per l’ospitalità concessami con uno scritto un po “arruffato”, non speravo!
    In questo momento non riesco ma mi riprometto di farlo: mi è venuto spontaneo riflettere, a proposito della vicenda Bose, sul fatto che si parla spesso di sofferenza, indicibile sofferenza, ecc. da parte delle persone coinvolte e della comunità.
    So che non è un tema centrale quello che dirò in relazione a quanto vediamo accadere.
    Pero mi chiedo due cose:
    – di che sofferenza stiamo parlando rispetto a quella che sperimentiamo noi “laici”, padri e madri di famiglia o meno, negli eventi della nostra vita. Specialmente quando non soffriamo solo per noi ma magari per figli in tenera età che vediamo dilaniati e feriti mortalmente per le nostre divisioni, separazioni, lutti, ecc, tutti eventi anche da noi non voluti!.Diverso è soffrire solo per sè e la propria sorte che soffrire per creature innocenti e indifese che vediamo contorcersi dal dolore.Qualcuno se lo chiede prima di parlare di “indicibili sofferenze”?
    – che relazione c’è tra la difficoltà a trovare una soluzione degna e rispettosa di tutti in questa divisione della comunità e il rifiuto di questa “sofferenza” e segnatamente nei confronti del rifiuto, anzi dell’orrore, per la parola “fallimento” da cui non si vuol proprio passare! E qui lascio la parola al teologo sul fallimento che Qualcuno ha dovuto attraversare per accedere alla VIta!
    Faccio solo presente che conosco il fallimento della comunità matrimoniale, conosco l’orrore della solitudine che si para davanti come una condanna per il resto della vita (e senza alcuna comunità a fianco!!) e conosco il dilaniante dolore di vedere soffrire un figlio o figlia piccoli e inermi di fronte ad un evento che li uccide dentro mentre sono ancora indifesi.
    Invito allora ad abbassare i toni, a non considerarsi troppo speciali e “sacri” rispetto agli altri umani e, specialmente, invito a passare attraverso il fallimento e affidarsi alla Vita per trovare una strada. Ognuno per quelle che sono le sue aspirazioni profonde e non per rimanere a tutti i costi insieme, “uniti” e avvinghiati. Mi pare di intuire dietro questo voler “restare attaccati” allo status quo una paura di affrontare il naufragio e la solitudine per poter rinascere e dare di più agli altri (come accade a tanti che ad un’età dove è difficile ricominciare subiscono una separazione e una solitudine orrenda, senza “comunità”,e poi vedono che sanno dare di più… ).
    Invito inoltre a mettere mano agli aspetti materiali e alla divisione della “roba” e a guadagnarsi eventualmente una vita con un lavoro come tutti, almeno per il momento.Ma soprattutto al fine di togliere di mezzo l’intangibilità o il possesso della “roba” quale alibi per non fare i passi che,volenti o nolenti, la vita para davanti. Come accade a tutti gli umani di questo mondo che spesso soffrono anche di più e non solo, ripeto per la propria sorte ma anche per quella di carature innocenti e indifese.

    Spero di aver dato il mio povero contributo ad affrontare il “passaggio” nell’umiltà e mettendo i piedi a terra. Non ho tempo di correggere perché sono stato trascinato dalla “foga”, avrei voluto scrivere in altro momento! Mi scuso se ho detto cose non giuste o non belle…ma ci ho messo sincerità ed esperienza. Grazie e…scusate!
    Umberto Scattolin

    Bene per ora mi fermo qui

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  32. Pingback: BOSE – Viandanti
  33. grazie.
    io sono stata un’ospite. Adoravo quel posto. Mi piaceva perchè non c’era la Chiesa Cattolica, che dopo 8 anni di scuole dalle domenicane, ricerca nell’Azione Cattolica, nella Preghiera nello Spirito, mi stava stretta.
    Mi stava stretta l’ipocrisia diffusa, il perbenismo facile.
    A Bose respiravo il Cristianesimo come piaceva a me.
    Ora…. sono triste e sinceramente non credo di tornare

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